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03.12.13

ASSASSINI E BUGIARDI
di Silvestro Montanaro

Raccontano che uno dei sette lavoratori morti a Prato lo abbiano ritrovato con il braccio proteso oltre l'inferriata che bloccava una delle rare finestre della "fabbrica" in cui è morto. Bruciato vivo, con negli occhi un cielo stellato. Non ne ho letto il nome da nessuna parte. E non ho letto quello dei suoi compagni accomunati sotto un povero, ma terribilmente infame, "poveri resti".

 

Mentre li cercavo, inutilmente, mentre cercavo online tracce delle loro storie, dei loro perché, di qualche povero sogno, mi sono imbattuto nelle foto di un uomo che deponeva dei fiori accanto alle macerie ancor fumanti in quel di Prato. Erano incorniciate nella pubblicità di uno dei più grandi marchi della moda giovane, H&M. Quanto cinico buon gusto!

 

Uno dei più importanti telegiornali del nostro paese,intanto, spiegava che è costume dei cinesi lavorare e dormire, tutti insieme, sui luoghi di lavoro. E l'orrore, il dolore che avevo dentro si è trasformato in una rabbia irrefrenabile.

 

A Prato sono morti sette lavoratori. Questa volta erano cinesi, ma la lista delle nazionalità di appartenenza delle infinite vittime della fabbrica tessile mondiale è lunghissima. Nello stesso giorno si è affollata di operaie ed operai morti in Bangladesh, Vietnam, Indonesia, Cambogia, Thailandia, Haiti. E caso strano, in tanti di quei paesi, c'è l'uso di lavorare e dormire in "azienda".

 

Andrebbe spiegato a tanti pennivendoli servi che non di usanza e tradizione si tratta, ma di ben altro. Dubito, però che ne terrebbero conto e soprattutto ne darebbero notizia. Non credo che molti miei colleghi se la sentirebbero di raccontare che il tessile, la più grande manifattura globale, è un girone infernale fatto spesso, troppo spesso, quasi strutturalmente, di lavoro schiavo e fabbriche lager.

 

La fabbrica della moda e dell'abbigliamento è stata tra le prime a finanziarizzarsi, cioè a separare progettazione, splendore e ricchezza da una parte e produzione, povertà ed orrore dall'altra. La prima a delocalizzare verso le aree più povere, più fragili sindacalmente e più prive di diritti e democrazia del mondo. Milioni di famiglie in occidente hanno perso il posto di lavoro sostituite da decine di milioni di poveracci a salario zero e nessun diritto. Un pugno di azionisti detiene ricchezze spaventose fondate sul sangue, sul dolore e la prigionia di una parte grande delle genti del nostro pianeta.

 

Mentre i pacchetti azionari di alcuni grandi marchi della moda e dell'abbigliamento passano di mano per miliardi e miliardi di dollari, nei lager che producono questa immensa ricchezza si lavora 14-16 ore, in ambienti velenosi e pericolosi, per pochi dollari al mese. Niente ferie, niente diritti, niente salute e per risparmiare si dorme, si mangia, si fa ogni cosa insieme. Se hai un momento di stanchezza vieni picchiato. Se sei una giovane donna, vieni violata da capi, capetti e proprietari. Sia per accedere a quel lavoro che per mantenerlo. E se protesti, vieni arrestato o ucciso. In Bangladesh, in queste ore, si muore per far salire di pochi euro salari base che non arrivano alla paghetta settimanale di alcuni dei nostri figli. E così in Cambogia.

 

Non lo sappiamo perché i nostri media non lo raccontano. Un caso? Non credo, vista la quantità di spazio dedicata a sfilate di moda e alla pubblicità ben pagata di chi è fondamento di tanta sofferenza. E non lo sappiamo anche per il silenzio ottuso dei nostri sindacati oramai ottusi, inutili nella loro incapacità di seguir criticamente i cicli economici sempre più internazionalizzati.

 

Che senso ha illudere i nostri lavoratori delle sopravvivenze nazionali del settore, se non ci si dà da fare ad attaccare gangli veri della crisi del tessile e del dominio finanziario che l'ha voluta, imposta? Che chiacchiere vendete se non siete capaci di far nascere culture, organizzazioni e lotte in cui operai del tessile, a più latitudini, si sentano un solo uomo e rivendichino lo stesso diritto? Sarebbe, è, l'unica salvezza, la sola capace di strappar tutti all'orrore di questa fase. Di guardare un cielo stellato senza mai più sbarre. Da donne e uomini liberi. E vivi.

 

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